Cosa minaccia le foreste tropicali?

Le foreste tropicali offrono un vasto assortimento di risorse in regioni del mondo fra le più povere e gravate da una sempre maggiore sovrappopolazione. I Paesi di queste aree del mondo stanno lottando per raggiungere un miglior livello di vita e la via di questo sviluppo prevede lo sfruttamento massiccio delle risorse naturali, che per la maggior parte sono costituite dalle foreste o sono presenti in esse. Possiamo quindi prevedere che per i prossimi anni la pressione sulle foreste aumenterà sempre di più. Se consideriamo che già il 50% è stato distrutto e circa il 40% lo sarà nei prossimi 10-20 anni (World Resources Institue) il quadro per il futuro si presenta drammatico. I Paesi poveri non sono tuttavia i soli ad avere delle aspettative sulle foreste tropicali; sono le ricche nazioni industriali a generare la domanda che sorregge il commercio di legname tropicale, il mercato del bestiame da macello che bruca i pascoli una volta ricoperti dalla foresta e quello delle monoculture di banane, caffé, thè, ananas, per citare le principali. A tutto questo si aggiunge il cappio del debito internazionale sempre in aumento che spesso costringe i Paesi che possiedono delle foreste a sottoporle ad uno sfruttamento eccessivo e svendita.

L'estrazione del legname
La causa primaria di deforestazione è il consumo del legno. Dal 1960, la produzione industriale globale di legname è cresciuta del 50%, fino a 1,5 miliardi di metri cubi, di cui i 4/5 appartengono a foreste primarie o secondarie. Quasi la stessa quantità, 1,8 miliardi di metri cubi, è usata per il riscaldamento nei paesi in via di sviluppo. Non è possibile fare un taglio selettivo delle foreste tropicali perché l'abbattimento di un esemplare provoca la caduta anche degli alberi vicini e i pesanti macchinari di trasporto danneggiano piante e suolo. I commercianti di legname costruiscono strade per poter arrivare alle zone di taglio e trasportare via i tronchi. Le stesse strade sono poi usate anche dai contadini e cacciatori che penetrano quindi sempre più nella foresta a peggiorare il danno. I delicati equilibri interspecifici sono compromessi in modo irreparabile. Non muore solo un albero, insieme scompaiono intere nicchie ecologiche. Ci vogliono diversi secoli prima che una foresta si rigeneri come originale e secondo alcuni studiosi spesso non è proprio possibile.

Nel mondo, solo 290 milioni d’ettari di foresta sono protetti dal taglio, ma anche queste sono minacciate dallo sfruttamento illegale. Delle 200 aree mondiali ad alta diversità biologica, il 65% sono vittima del disboscamento illegale. Tale pratica ha condotto alla devastazione di foreste in tutto il globo, riducendo gli incentivi alle popolazioni locali nell'investire in uno sfruttamento più sostenibile e provocando danni ai governi per circa 15 miliardi di dollari l'anno.

Negli anni novanta hanno avuto un enorme sviluppo mondiale le piantagioni d’alberi da taglio. Dal momento che le foreste si stanno esaurendo e la loro produzione decresce, una percentuale sempre più crescente della domanda mondiale di legno sarà soddisfatta da queste "fattorie d'alberi". Piantagioni che ben pianificate e gestite possono essere un buon compromesso per la tutela ambientale. Le foreste piantate coprono ora più di 187 milioni d’ettari, meno del 5% dell'area totale coperta da foreste, e forniscono il 20% della produzione di legname attuale. Spesso però la nascita di molte di queste piantagioni è avvenuta a discapito di foreste. In alcuni casi, i governi hanno concesso foreste a compagnie chiedendo loro la sostituzione degli alberi tagliati; dopo aver fatto piazza pulita, invece, le compagnie hanno lasciato la terra spoglia e si sono mosse verso lo sfruttamento di nuove aree. In Indonesia, ad esempio, 9 milioni d’ettari sono stati concessi per lo sviluppo di piantagioni di legname: solo in 2, però, gli alberi sono stati effettivamente ripiantati. Le “fattorie d’alberi” quindi possono essere un’ottima soluzione alla distruzione delle foreste tropicali solo se non ne sono la causa, cosa che accade spesso.

L'impatto dell'agricoltura
Finora la deforestazione, in tante zone, si è attuata senza nessun tipo di controllo o pianificazione, da parte di coloni in cerca di terre da coltivare che hanno abbattuto, bruciato o utilizzato per l'estrazione del legname migliaia e migliaia di km2 di foreste ancora vergini. Il risultato è una grave degradazione ambientale. Il deforestamento a scopo agricolo è una delle cause principali della distruzione della foresta tropicale. Grandi estensioni di foresta sono abbattute per ricavarne terreno coltivabile, per estese monocolture di prodotti tropicali per i paesi ricchi ma anche per piccole coltivazioni familiari. I contadini abbattono o bruciano appezzamenti di foresta e usano il terreno per coltivare. La terra però deve essere abbandonata dopo qualche anno a causa del terreno povero di sostanze nutritive e i coloni possono solo spostarsi altrove e ricominciare lo stesso processo distruttivo. Al loro passaggio segue solo erosione e desertificazione. Miseria, sovrappopolazione e distribuzione ineguale delle proprietà terriere sono le vere cause che costringono i coloni in una via finora senza molte alternative.

L'allevamento
In tante zone, l'allevamento è stato spesso all'origine dell'intero ciclo distruttivo delle foreste. Nel corso degli ultimi trenta anni l'allevamento di bestiame da macello ha messo seriamente in pericolo le foreste tropicali dell'America Latina. In America Centrale e Brasile il disboscamento d’immense aree di foresta è stato incoraggiato dai governi con particolari agevolazioni fiscali e la concessione di sussidi da parte della Banca Mondiale. Questo per produrre carne di manzo a buon mercato per il consumo nazionale ma soprattutto per l'esportazione sui mercati dei fast food nordamericani ed europei. In venti anni nei Paesi centro americani più di un quarto di foreste tropicali è stato abbattuto per fare posto all'allevamento. Ma persino l'allevamento, come l’agricoltura, di solito non è praticabile per più di una decina d'anni, per questo i mandriani si spostano verso nuove aree, quando la fertilità del terreno diminuisce e la produttività comincia a crollare.

Attivitā mineraria
Per molti paesi tropicali le foreste non sono solo una fonte di legname pregiato e terre da coltivare: sotto gli alberi possono nascondersi, infatti, ingenti ricchezze minerarie e i fiumi possono essere una fonte d’energia idroelettrica. Tra i fattori che minacciano in modo diretto le foreste pluviali, la deforestazione dovuta alle attività estrattive è tra i minori, anche se le vie d'accesso aperte per questo, spesso, sono un richiamo per coloni in cerca di terra. Altre pressioni di tipo industriale che minacciano le foreste tropicali sono quelle derivanti dalle trivellazioni petrolifere e dall'estrazione illegale dell'oro da masse di contadini senza terra. Nell'isola di Mindanao, nelle Filippine meridionali, in Costa Rica e in varie regioni dell'Amazzonia, la corsa all'oro ha avuto come conseguenza l'inquinamento dei fiumi col mercurio (utilizzato per separare l'oro dai minerali) e lo smembramento delle popolazioni tribali. In Brasile, migliaia di cercatori d'oro, i garimperos, hanno creato miniere a cielo aperto nella foresta pluviale amazzonica, abbattendo alberi e scavando enormi buche nel terreno.